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Autopalpazione del seno, come farla? 9 10 1
Di tumore al seno si ammala 1 donna su 9. In Italia si registrano 46.000 nuovi casi ogni anno. Una diagnosi precoce può essere fondamentale per ridurre la percentuale di mortalità nei soggetti colpiti. In che modo? L’autopalpazione è il metodo “fai da te” più immediato che permette alle donne di rendersi conto da sole della salute del proprio seno. Ma come fare l’autopalpazione del seno? Parola al dott. Alberto Testori, chirurgo senologo della Breast Unit di Humanitas, che nel mese della prevenzione senologica spiega in 4 semplici mosse come fare un corretto autoesame.

4 semplici mosse per un corretto autoesame:

  1. Palpare entrambe le mammelle in senso rotatorio (circolare) con le dita unite e piatte
  2. Non tralasciare la palpazione dell’ascella e del capezzolo
  3. Guardare allo specchio se vi sono irregolarità della cute
  4. Evidenziare con una leggera spremitura del capezzolo se sono presenti secrezioni

Quando deve essere effettuata l’autopalpazione?

“L’autoesame è un controllo che la stessa donna dovrebbe eseguire ogni mese e consiste nell’osservazione allo specchio delle proprie mammelle e nella pal­pazione delle stesse. La metodologia di esame è semplice, ma è bene che sia un medico a guidare la donna. La posizione per effettuare una corretta palpazione del seno è da sdraiati, È consigliabile, inoltre, procedere con la palpazione dopo essersi spalmate la crema perché la mano scivola meglio ed è più facile riscontrare un’anomalia. È particolarmente importante che la donna comprenda che il fine dell’autoesame non è la diagnosi bensì, la sola ‘conoscenza’ delle caratteri­stiche delle proprie mammelle e quindi l’individuazione di eventuali cambiamenti verificatisi nel tempo e/o persistenti, da comunicare tempestivamente al proprio medico. È anche utile evidenziare con una leggera spremitura del capezzolo se sono presenti secrezioni”.

Che cosa è utile notare durante l’autopalpazione?

  • La cute della mammella o dell’areola sembra alterata, arrossata, ispessita o re­tratta.
  • Il capezzolo appare retratto, soprattutto se la rientranza del capezzolo è di recente comparsa e se sulla cute dell’areola compaiono delle piccole eruzioni cutanee o delle crosticine.
  • Comparsa spontanea di secrezioni dal capezzolo, soprattutto se sierosa o ematica.
  • Comparsa di una tumefazione evidente durante la palpazione della mammella o del cavo ascellare.
  • La mammella sembra arrossata ed aumentata di volume.

Quando non occorre preoccuparsi?

“Non bisogna preoccuparsi se periodicamente si accusa dolore o senso di tensione al seno, soprattutto in corrispondenza del ciclo mestruale”.

     Risposte del dott. Alberto Testori,

chirurgo senologo della Breast Unit di Humanitas


 

Sono innumerevoli gli effetti positivi scatenati dallo scambio di abbracci fra le persone: calore, conforto, interazione, intimità, benessere. Il parere della psicologa di Humanitas.

Abbracci: 6 motivi per cui sono utili 0 10 0
abbraccio importanza terapeutica
«Ci servono 4 abbracci al giorno per sopravvivere, 8 abbracci al giorno per mantenerci in salute, 12 abbracci al giorno per crescere». Parola della psicoterapeuta statunitense Virginia Satir. Nel giorno in cui negli Usa si festeggia la “National Hug Day”, giornata nazionale degli abbracci (8 ottobre) abbiamo chiesto alla psicologa di Humanitas Emanuela Mencaglia quali sono gli effetti dell’abbraccio nel nostro corpo.

«Calore, conforto, interazione, intimità, benessere. In una sola parola abbraccio. Sono innumerevoli gli effetti positivi scatenati dallo scambio di abbracci fra le persone. L’abbraccio muove sentimenti molto arcaici, il primo contatto materno, il caldo accoglimento durante l’allattamento, il profumo 'buono' della persona che ti è vicino, il ritmo del respiro che ti allontana ansie e paure… tutto questo si riattualizza quando ci abbracciamo. Non a caso negli Stati Uniti dagli anni ’80 si è diffusa la Hug Therapy, che attraverso l’abbraccio cerca di eliminare ansia e stress. Grazie alla Hug Theraphy si è visto che le persone vittime di traumi molto gravi, come aggressioni e violenza, tramite l’abbraccio riuscivano a guadagnare quella forza interiore per ristabilire la fiducia necessaria ricreare legami con gli altri, fiducia che era stata bloccata dall’evento traumatico della violenza. Proprio in situazioni più delicate l’obiettivo è dimostrare a se stessi che si è di nuovo in grado di provare sensazioni gradevoli attraverso il contatto con gli altri, di fidarsi ed entrare in empatia con loro».

6 motivi per cui è utile abbracciarsi:

  1. L’abbraccio stimola l’ossitocina, il neuro-ormone dell’intimità e dell’affettività che procura un senso di appagamento e di appartenenza, ha un potente effetto anti-stress e pare aiutare le donne che hanno appena partorito a dimenticare il dolore del parto per far sì che possano provare tutto l’amore di cui sono capaci verso il figlio appena nato;
  2. L’abbraccio stimola la pazienza, consentendo di prendersi il tempo necessario per conoscere l’altro. Abbracciarsi è la forma più semplice per dimostrare apprezzamento e riconoscimento della vicinanza emotiva verso chi ci sta accanto;
  3. L’abbraccio stimola la ghiandola del timo che permette di rafforzare il sistema immunitario. La pressione leggera sullo sterno e la forza emotiva che l’abbraccio crea pare attivare il "Chakra del Plesso Solare", localizzato all'altezza del diaframma, che è in stretto contatto con il timo.
  4. L’abbraccio aumenta l’autostima in special modo nei bambini. La manipolazione tattile è importantissima nelle prime fasi dello sviluppo dei bambini, come durante la loro crescita, l’abbraccio li fa sentire accolti, protetti, riconosciuti e amati.
  5. L’abbraccio stimola l’edopamina, che aiuta il “buon umore” ed è connessa alla motivazione.
  6. L’abbraccio è l’essenza della comunicazione non-verbale: questo unico gesto è il modo più diretto e chiaro per esprimere quello che stiamo provando nei confronti di una persona.

 

Commento a cura della dottoressa Emanuela Mencaglia

Psicologa di Humanitas Milano

Emanuela Mencaglia, psicologa Humanitas Milano

Il Pap test è un esame diagnostico utilizzato per la prevenzione del tumore del collo dell'utero (cervice uterina). Il suo nome deriva dal cognome del medico (GeorgiosPapanicolaou) che lo inventò e lo propose alla classe medica negli anni Quaranta. Consiste in un prelievo di cellule dal collo dell'utero e dal canale cervicale. Le cellule vengono poi fissate su un vetrino ed esaminate in laboratorio. Il prelievo delle cellule della parte più esterna del collo uterino avviene tramite una piccola spatola di legno (spatola di Ayre), mentre quelle intracervicali vengono prelevate con uno spazzolino morbido o una specie di cotton-fioc.

Che cos'è il Pap test?

È un test di prevenzione. È quindi indicato nelle donne sane come test di screening. Andrebbe eseguito regolarmente ogni 1-3 anni a partire dai 25 anni o dall'inizio dell'attività sessuale.

A che cosa serve il Pap test?

Il Pap test è un esame che consente di individuare le anomalie delle cellule del collo dell'utero che precedono di molti anni l’insorgenza di un tumore. Consente quindi di ridurre il rischio di diagnosticare il tumore quando si trova giàin uno stadio avanzato, potendolo così trattare in modo conservativo.


Già all'inizio dell'attività sessuale le donne sono esposte a diversi fattori di rischio per lo sviluppo del tumore cervicale. Tra questi il più importante è l'infezione da Human papilloma virus (HPV), un virus che causa lesioni genitali ed è considerato la prima causa di tumore della cervice uterina. Proprio per questo motivo le indicazioni più recenti suggeriscono che al pap test vada abbinata anche la ricerca del DNA virale.

Sono previste norme di preparazione?

È preferibile astenersi dai rapporti nelle 48 ore precedenti al test ed evitare l'inserimento all’interno della vagina di ovuli, soluzioni intime, gel, schiume ecc nelle 12 ore precedenti. Questi prodotti potrebbero, infatti, alterare il risultato del test, rendendolo meno attendibile.

Quali pazienti possono sottoporsi all'esame?

Il pap test può essere effettuato in tutte le fasi del ciclo mestruale, eccetto che nella fase di flusso pieno. Il sangue mestruale potrebbe infatti oscurare la corretta visione delle cellule cervicali. Se le mestruazioni dovessero sopraggiungere in prossimità del test, è necessario rimandare l'esame e concordare un nuovo appuntamento. L'uso di contraccettivi orali o locali o la presenza della spirale intrauterina non interferiscono con il risultato del test.


Tutte le donne dovrebbero sottoporsi al pap test, dall’età in cui si inizia ad avere rapporti sessuali, fino, almeno, ai 65-70 anni
Le donne vaccinatecontro l'Hpv devono ugualmente sottoporsi regolarmente al Pap test perché, anche se il rischio di tumore al collo dell'utero è meno elevato, non è mai del tutto assente.


Il pap test può essere effettuato anche in gravidanza, senza che questo arrechi danni al feto o al decorso della gravidanza stessa.
Le donne vergini possono eseguire il pap test, anche se hanno un rischio praticamente inesistente di sviluppare il tumore della cervice.

È un esame doloroso o pericoloso?

L'esame non è né doloroso né pericoloso, fatta eccezione per il disagio che qualche donna può avvertire in maniera più evidente durante il prelievo. Le persone che soffrono di allergia al lattice devono avvisare i sanitari per la scelta di guanti idonei alla procedura.

Come funziona la procedura del Pap test?

Il Pap test è un esame semplice e veloce. Dura pochi minuti e può essere eseguito dal ginecologo in ambulatorio durante le visite di routine, oppure essere effettuato da personale paramedico (ostetrica). L'esame si effettua dopo aver introdotto in vagina lo speculum, in modo da rendere visibile la cervice uterina. Il prelievo avviene passando e ruotando delicatamente la spatola di Ayre sul collo dell'utero e in seguito introducendo un tampone o uno spazzolino (cytobrush) nel primo tratto del canale cervicale. Il materiale così ottenuto, viene strisciato su un vetrino, fissato con una apposita sostanza e, in un secondo momento, colorato e valutato dallo specialista citologo.


 


I fitosteroli sono normali costituenti delle cellule delle piante, strutturalmente simili al colesterolo dell'uomo. Normalmente, la dieta occidentale comporta un apporto di fitosteroli variabile dai 200 ai 400 mg: le principali fonti sono rappresentate dagli oli di semi (mais, soia) ma anche germe di grano, arachidi, pistacchi, mandorle, noci, e altri vegetali.

È ormai stabilito che l'assunzione di fitosteroli riduce i livelli di colesterolo nel sangue. Ciò avviene perché nell'intestino i fitosteroli competono con l'assorbimento del colesterolo, aumentandone l'eliminazione attraverso le feci.

L'effetto sul colesterolo, e in particolare sul colesterolo "cattivo" Ldl, si stabilisce usualmente dopo 2-3 settimane di assunzione. L'integrazione gioca in quest'ambito un ruolo importante, quando garantisce un apporto quotidiano di 1-2 grammi di fitosteroli. Secondo le direttive del ministero della Salute è opportuno non superare i 3 grammi al giorno. È dimostrato che questo approccio può essere seguito in sicurezza.




Naturalmente, l'integrazione con fitosteroli si inserisce nel contesto di una strategia che preveda la correzione degli stili di vita errati. È bene limitare i grassi e aumentare le fibre contenute nella dieta, svolgere un'attività fisica regolare, controllare il peso corporeo e smettere di fumare. L'aggiunta di fitosteroli massimizza i benefici che si ottengono sui livelli di colesterolo.

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I funghi alle unghie dei piedi sono un problema molto comune a cui, però, si presta poca attenzione fino a quando la micosi non è già completamente sviluppataÈ importante sapere che la crescita di un fungo è un processo piuttosto lento, in genere 3 volte più lento rispetto al normale processo di crescita dell’unghia. Per questo motivo, è molto difficile individuare eventuali anomalie nei piedi e solitamente ci si accorge del problema quando è già completamente evidente, cioè quando bisogna iniziare un trattamento per curare i funghi in maniera definitiva

Il nome scientifico di questo problema è onicomicosi. Dovete sapere che per eliminare definitivamente questa infezione servono molto tempo e costanza, sia se si decide di procedere con rimedi naturali sia se si preferiscono trattamenti allopatici.

Cause

Una delle cause responsabili dei funghi ai piedi è la sudorazione ed è per questa ragione che nella maggior parte dei casi l’onicomicosi si presenta in estate. Durante questa stagione, infatti, i piedi sono esposti all’umidità in maggior misura e per più tempo e se aggiungete la frequentazione di piscine o docce pubbliche, l’infezione aumenta in maniera significativa. Sicuramente tutti voi sapete che i funghi si riproducono facilmente in un ambiente umido, quindi dovete fare attenzione ed asciugare accuratamente i vostri piedi.

Sintomi

Alcuni sintomi a cui dovete fare attenzione sono i cambiamenti nel colore e nello spessore dell’unghia; a volte le unghie infette possono emanare un odore forte. Dovete sapere che i funghi si riproducono non solo sull’unghia, ma l’infezione passa anche da un dito all’altro ed è quindi necessario un pronto intervento per evitare qualsiasi tipo di complicazione.

Anche la crescita di un’unghia infetta è molto lenta e questo potrebbe permettervi di individuare in tempo il problema. Come? Vi renderete conto che la vostra unghia è infetta solo quando inizia ad avere un colore ed uno spessore diversi dal solito. Fate attenzione a qualsiasi cambiamento perché questo potrebbe essere determinante al momento di prevenire infezioni o malattie.

Se, fortunatamente, riuscite ad individuare il fungo dall’inizio potete rivolgervi ad un podologo, il quale eliminerà i pezzi di unghia rovinati favorendo, così, la crescita di un’unghia completamente sana. Forse questa procedura non vi sembrerà la migliore, ma dovete sapere che un’unghia infetta da funghi deve essere rimossa per evitare che diventi un problema ben più serio e scomodo.

Come potete proteggere i vostri piedi?

Piedi

  • È importante indossare delle scarpe che permettano la corretta ventilazione del piede; i funghi, infatti, preferiscono gli ambienti oscuri, umidi e caldi, perciò ricordate di far prendere aria ai vostri piedi di tanti in tanto.
  • Non camminate scalzi in ambienti molto frequentati, come ad esempio le docce delle piscine o delle palestre, tra i tanti.
  • Asciugate sempre i piedi dopo aver fatto la doccia e ogni volta che li avete umidi.
  • Di tanto in tanto esponete i piedi direttamente al sole, questo vi aiuterà a prevenire il fastidioso problema dell’onicomicosi.
  • Se possibile, evitate di scambiare le vostre scarpe con quelle di un’altra persona, infatti non potete sapere se questa persona è affetta da onicomicosi e se indossate le sue scarpe potreste sviluppare anche voi l’infezione.
  • .

Nei bambini piccoli i piedi piatti sono la normalità, una situazione destinata a regolarizzarsi attorno ai 10-12 anni con il normale sviluppo fisiologico, indipendentemente dall’utilizzo di scarpe speciali o plantari.

Avere i piedi piatti, fino a quando si è bambini di 6/8 anni, può essere del tutto normale. È a partire da quella età – con un’evoluzione che si spinge fino ai 10-12 anni – che la volta plantare del piede e l’orientamento del calcagno devono cominciare a prendere una direzione giusta, cioè non più verso l’interno, come ci spiega il professor Nicola Portinaro, responsabile di Ortopedia pediatrica in Humanitas e Direttore della Clinica ortopedica all’Università degli Studi di Milano.

Professor Portinaro, come considerare il piede piatto del bambino?

«Il piede piatto, nel bambino, rappresenta quasi sempre la normalità. La conformazione plantare è destinata a cambiare nel corso dello sviluppo fisiologico, fino a raggiungere la sua forma definitiva attorno ai 10-12 anni. Per questo ai genitori dico sempre di non preoccuparsi se notano una posizione anomala del piede sul terreno nel loro piccolo. È importante tuttavia verificare che non vi sia una vera e propria patologia, questo sì, senza però andare in ansia per qualche piccola irregolarità nel modo di appoggiare i piedi del figlio».

Detto questo, esistono “buone pratiche” che possano indirizzare il piede del bambino verso una giusta postura?

«Sì. I nostro cervello fa muovere il nostro corpo attraverso i messaggi che gli vengono trasmessi dal contatto dei piedi con il terreno. È necessario quindi agevolare la sensibilità dei piedi dei bambini, per abituarli a questo importante contatto. Si tratta, in pratica, di aiutarli a sviluppare la capacità di riconoscere il terreno su cui stanno camminando, e a imparare a mantenere l’equilibrio su differenti superfici».

Il piede, per questa operazione di “conoscenza”, è meglio sia scalzo o vestito da scarpine?

«Dipende dalla superficie su cui cammina il bambino. Su quelle lisce, come i pavimenti di casa, il piede può essere nudo o con una calza antiscivolo. Di fatto il terreno “liscio” stimola solo in parte la formazione dell’arcata plantare attraverso allenamento di differenti gruppi muscolari che invece sono massimamente stimolati quando il bambino cammina su terreni sconnessi: la sabbia, ad esempio, è l’ideale per stimolare il piede in modo completo. Durante l’estate è dunque bene approfittare dell’opportunità offerta dalle vacanze trascorse nelle località balneari ricche di spiagge».

E le scarpe ortopediche? Quando ne è consigliabile l’utilizzo?

«Da questo punto di vista mi sento di tranquillizzare i genitori che temono di spendere cifre elevate per dotare i loro piccoli di scarpe speciali: quando non si è in presenza di una patologia certificata, questo tipo di scarpe è del tutto inutile. Come detto, il piede matura da sé, seguendo lo sviluppo fisiologico proprio di ogni bambino, indipendentemente dal tipo di scarpe utilizzato. Piuttosto, un consiglio che do sempre è quello di non riciclare scarpe già usate dai fratelli maggiori: ogni piede è differente dall’altro e deve poter “vivere” in modo naturale la sua scarpa. Cosa che non è possibile quando questa ha già vissuto un’altra vita, assumendo la forma di un altro piede».

I plantari, invece, possono essere utilizzati per curare il piede piatto?

«Io credo di no. Nei bambini piccoli il plantare può avere la sola funzione di agevolare la maturazione ottimale delle ossa del piede. Se la conformazione del piede è però tale da prevedere una situazione di piede piatto, il plantare non è in grado di curare questa patologia, che potrà essere diagnosticata e su cui si potrà intervenire in modo differente secondo me intorno ai 10/12 anni».

Se raggiunta quell’età si certifica l’esistenza del piede piatto, come si può intervenire per correggerlo?

«Se raggiunti i 10-12 anni il piede piatto non si è corretto da sé, lo specialista decide insieme alla famiglia se sia il caso di intervenire chirurgicamente. Una decisione che viene presa quando la valutazione clinica E gli esami radiologici dimostrano un’alterazione morfologica del piede, che abbia come conseguenza una scorretta formazione della volta plantare o una posizione anomala delle ossa. L’intervento prevede l’inserimento di una vite nel seno del tarso per via mini-invasiva, in regime di day hospital. Il recupero è breve: già il giorno dopo il bambino può camminare con l’ausilio di supporti come le stampelle, che possono essere eliminati dopo soli 3/5 giorni dall’intervento».

   Risposte del professor Nicola Portinaro
responsabile di Ortopedia pediatrica in Humanitas


 

Mangiare organismi geneticamente modificati fa bene o può comportare rischi per la salute? “Donna Moderna” ha intervistato il professor Alberto Mantovani sul tema.

Ogm, rischi o benefici per la salute? 0 10 0 0.

Organismi geneticamente modificati. C’è chi li sponsorizza, chi invece mette in guardia dal consumo. Ma quale sarà la verità? Mangiare Ogm fa bene o può comportare rischi per la salute? “Donna Moderna” ha intervistato il professor Alberto Mantovani, Direttore scientifico dell'Istituto Humanitas e docente di Patologia Generale all'Università degli Studi di Milanosul tema.

«Dal punto di vista sanitario – la risposta del dottor Mantovani –  mangiare granoturco Ogm o bere latte munto da una mucca alimentata con mangimi transgenici non ha controindicazioni per l’uomo. In Canada, Spagna o Brasile si usano da tempo, in Italia invece le polemiche continuano. II problema vero è la mancanza di una cultura scientifica. L’ignoranza ci fa temere ciò che non conosciamo. Negli anni ‘50 alcune varianti di frumento sono nate da semi modificati geneticamente con radiazioni, ma erano operazioni fatte a casaccio. Le tecnologie di oggi, invece, permettono mutazioni controllate procedimenti affidabili, che selezionano così le varietà migliori di quella coltura».

                                                                                            Commento a cura del prof. Alberto Mantovani

Direttore Scientifico dell’Istituto Humanitas
e docente di Patologia Generale all’Università degli Studi di Milano

Allevia i dolori mestruali con 3 rimedi fitoterapici

I dolori mestruali, quale donna non ne è stata colpita. Purtroppo esistono persone che soffrono veramente molto durante il ciclo mestruale: mal di testa, mal di pancia, dolori nella zona renale, infiammazioni della vescica, crampi.

I farmaci da banco a volte in questo contesto vengono utilizzati in maniera sconsiderata, senza valutarne gli effetti indesiderati dopo un uso prolungato. La Fitoterapia ci può venire in aiuto con le sue piante officinali.

Calendula officinalis

Le caratteristiche della Calendula sono innumerevoli e di questa pianta officinale si ricordano con più facilità le sue proprietà emollienti e cicatrizzanti per un uso esterno.

Indicata per: in realtà la Calendula ad uso interno esplica un’azione emmenagoga (che stimola cioè l'afflusso di sangue nell'area pelvica e nell'utero) con effetti lenitivi ed antispasmodici, indicata in caso di dismenorrea.

Dosaggio: deve essere assunta sotto forma di Tintura Madre almeno una decina di giorni prima dell’inizio del ciclo mestruale per 7-8 mesi.

Inizialmente 30 gocce 3 volte al giorno sciolte in un bicchiere d’acqua, successivamente quando inizia una remissione della dismenorrea, scalare le dosi (di 5 gocce a dose di mese in mese) fino a terminare la cura.

calendula

Salvia officinalis

Un’altra pianta officinale, che regola i flussi femminili è la Salvia. Anch’essa, come la Calendula, vanta proprietà emmenagoghe e svolge un’azione antispasmodica contro i dolori mestruali grazie ai suoi flavonoidi.

Indicata per: è un rimedio ad azione estrogenica, indicata per la sindrome premestruale e per le problematiche legate al periodo della menopausa.

Dosaggio: è molto utile e pratico l’infuso di salvia: un cucchiaio di foglie essiccate in acqua bollente, lasciare a macerare 10 minuti e filtrare.

L’utilizzo preventivo, almeno 15 giorni dall’inizio del flusso, permette di alleviare sul nascere i fastidiosi disturbi del ciclo mestruale.

salvia

Achillea Millefolium

L’Achillea è un rimedio dalle mille proprietà. La presenza di flavonoidi regola il sistema ormonale e contrasta i sintomi della sindrome premestruale, come sbalzi di umore, ansia e nervosismo.

Indicata per: in caso di dismenorrea svolge un’azione antispasmodica a livello uterino: ne regola la circolazione, dissipa la stasi sanguigna e lenisce e decongestiona la zona pelvica.

Dosaggio: è possibile assumerla in tintura madre: 30 gocce 3 volte al giorno diluite in un bicchiere d’acqua.

achillea

 Sono molti i rischi per la salute che possono derivare da una scorretta manipolazione, conservazione o cottura dei cibi. I consigli di prevenzione nelle cucine di casa nostra, con il contributo del dottor Moro.
Alimenti più sicuri? Cinque consigli 10 10 2 2.

La Food Standards Agency britannica, in occasione della Food Safety Week 2014, ha puntato i riflettori sulla carne cruda, sconsigliando ai cittadini del Regno Unito di lavare la carne prima di cuocerla; “Non lavare il pollo crudo” l’invito rivolto alla popolazione. Abbiamo provato, grazie al contributo del dottor Matteo Moro, responsabile Risk Management nell’ambito della Direzione Medico Sanitaria di Humanitas Milano, a capire il senso di questo consiglio e a stilare un elenco di regole utili per la sicurezza alimentare: dalla preparazione alla conservazione dei cibi.


La carne cruda è normalmente contaminata dai batteri, in misura diversa a seconda del tipo di carne e delle precedenti manipolazioni: lavarla sotto l’acqua corrente riduce di poco la carica batterica (che invece viene abbattuta con la cottura), mentre secondo l’agenzia britannica contribuirebbe a diffondere i batteri sulle superfici della cucina, sugli utensili e sugli eventuali alimenti circostanti, la cosiddetta contaminazione “crociata”.


Occorre infatti sottolineare come vi sia una netta differenza tra le procedure richieste alla ristorazione collettiva e ciò che avviene nelle cucine di casa nostra. La ristorazione collettiva è chiamata a seguire il protocollo HACCP (Hazard Analysis and Critical Control Points, letteralmente Analisi dei Rischi e Controllo dei Punti Critici). Si tratta di una procedura che prevede due fasi: l’analisi dei rischi e il monitoraggio di punti specifici. Nella ristorazione collettiva per esempio il rischio è ben noto e si ricorre a postazioni, utensili e personale specifico per ciascun tipo di alimento oppure a linee separate in termini di tempo. La scrupolosa adozione di queste tecniche consente di prevenire il rischio di contaminazioni, preservare la sicurezza degli alimenti e al contempo la salute dei consumatori.

In casa la quantità di cibo, lo spazio e il tempo sono del tutto diversi: in genere infatti utilizziamo gli stessi utensili (coltelli, taglieri, piatti, ciotole) per la preparazione di alimenti crudi e cotti e senza un’adeguata igiene delle mani. Il messaggio inglese è chiaro e possiamo approfittarne per migliorare i nostri comportamenti in cucina: “non lavare il pollo” significa anche utilizzare taglieri e utensili diversi per i differenti alimenti (carne cruda e carne cotta, formaggi, verdure, etc) oppure lavarli con attenzione dopo ogni uso e lavarsi bene le mani nel passaggio da un alimento all’altro o da una preparazione cruda a una cotta.

Per approfondire, ecco i cinque consigli chiave dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

I consigli di prevenzione

L’incidenza di malattie trasmesse dagli alimenti è un significativo problema di salute pubblica sia nei Paesi sviluppati sia in quelli in via di sviluppo. Nel 2011 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha divulgato i Cinque punti chiave per alimenti più sicuri.

1. Abituatevi alla pulizia

Microrganismi pericolosi per la salute sono ampiamente presenti nel suolo, nell’acqua, negli animali e nelle persone. Questi microrganismi sono veicolati da mani, strofinacci e utensili,
(soprattutto taglieri); un contatto, anche minimo, può trasferirli sul cibo e provocare malattie.

È dunque consigliabile:
- Lavare sempre le mani prima di manipolare gli alimenti e rilavarle spesso mentre si lavora in cucina, soprattutto nel passaggio da alimenti cotti a crudi.
- Lavare e disinfettare con acqua calda e detergente tutte le superfici da lavoro e i materiali che entrano in contatto con gli alimenti.


2. Separate gli alimenti cotti da quelli crudi

Gli alimenti crudi, specialmente carne, pollame e pesce e i rispettivi liquidi di sgocciolamento, possono contenere microrganismi pericolosi, che potrebbero essere trasferiti su altri prodotti durante le fasi di preparazione o conservazione.

- Tenere la carne e il pesce crudo separati dagli altri cibi. All’interno del frigorifero, al fine di prevenire la contaminazione crociata, disporre la carne e il pesce crudi nei ripiani inferiori rispetto agli alimenti cotti o pronti al consumo.
- Conservare gli alimenti in contenitori con coperchio per prevenire il contatto tra cibi crudi e cibi preparati.
- Usare attrezzature e utensili separati per manipolare prodotti crudi.
- Pulire in maniera costante il frigorifero.


3. Fate cuocere bene gli alimenti

Studi hanno dimostrato che cuocere i cibi a temperature superiori ai 70°C aiuta a uccidere quasi tutti i microrganismi pericolosi, garantendo alimenti sicuri per il consumo. I cibi che richiedono particolare attenzione sono carne trita, carni arrotolate, carni di grossa pezzatura e pollame intero.

- Cuocere completamente gli alimenti, soprattutto la carne rossa, il pollame, le uova e il pesce.
- Portare a ebollizione zuppe e stufati, per essere sicuri di raggiungere temperature superiori ai 70°C. Per carni rosse e pollame il siero di cottura deve essere chiaro e non rosso o rosato. L’ideale sarebbe l’uso di un termometro idoneo.
- I cibi cotti precedentemente devono essere riscaldati completamente prima del consumo.
- I forni a microonde potrebbero cuocere gli alimenti in modo non uniforme e lasciare zone fredde dove potrebbero sopravvivere batteri pericolosi.


4. Tenete gli alimenti alla giusta temperatura

I microrganismi possono moltiplicarsi molto velocemente negli alimenti stoccati a temperatura ambiente. Una temperatura inferiore ai 5°C o superiore ai 60°C rallenta o inibisce la crescita dei microrganismi. Alcuni microrganismi patogeni, tuttavia, possono ancora crescere a temperature inferiori ai 5°C.

- Non lasciare i cibi cotti a temperatura ambiente per più di due ore.
- Non conservare troppo a lungo gli alimenti, anche se in frigorifero.
- Non scongelare i prodotti a temperatura ambiente, meglio ricorrere alle funzioni del microonde.
- Gli avanzi di cibo dovrebbero essere conservati in frigorifero per non più di tre giorni e non dovrebbero essere riscaldati più di una volta.


5. Utilizzate solo acqua e materie prime sicure

Le materie prime potrebbero essere contaminati da microrganismi o da sostanze chimiche pericolosi. In alimenti alterati o ammuffiti potrebbero formarsi sostanze chimiche ad azione tossica. La cura nella selezione delle materie prime, il lavaggio e la sbucciatura possono ridurre il rischio.

- Preferire alimenti che abbiano subito trattamenti di sicurezza, come il latte pastorizzato.
- Lavare frutta e ortaggi, specialmente se da consumare crudi.
- Prestare attenzione alle scadenze degli alimenti.

A cura di Valeria Leone

 

junk food

L’artrite è una forma molto comune di dolore cronico o infiammazione cronica, che può influenzare la qualità di vita di una persona e persistere per anni.

Il dolore cronico è spesso molto difficile da trattare e i farmaci in genere utilizzati possono solo ridurre il disturbo, provocando però numerosi effetti collaterali.

Esistono diverse teorie che collegano il dolore cronico a uno stile di vita e, soprattutto, a scelte alimentari sbagliate. Molte persone, ad esempio, riferiscono di avvertire maggior dolore e rigidità muscolare quando consumano determinati cibi.

Si ritiene infatti che alcuni tipi di alimenti provochino il rilascio di neurotrasmettitori che possono peggiorare la sensibilità al dolore. Ecco allora quali cibi è meglio evitare per ridurre lo stato di dolore cronico e migliorare la qualità di vita.

1 Zucchero e dolcificanti artificiali

Alti livelli di insulina possono peggiorare il dolore e l’infiammazione. Per questo, sarebbe meglio limitare lo zucchero raffinato e i dolcificanti artificiali. Meglio sostituirli con dolcificanti naturali e frutta fresca, evitando i succhi confezionati.

Anche se i dolcificanti artificiali come l’aspartame e il sorbitolo sono senza zucchero, contengono altri composti che possono alterare la vostra sensibilità al dolore. L’aspartame, inoltre, abbiamo visto più volte, non è un prodotto sicuro.

cibi infiammatori 9 cibi da evitare se si soffre di dolori cronici

2 Caffeina

Il dolore cronico è spesso legato alla mancanza di sonno e alla stanchezza. Chi si sente stanco tende ad aumentare le dosi di caffè bevute durante la giornata. Nel lungo periodo, la caffeina può permanere nell’organismo, causando problemi di sonno durante la notte.

3 Verdure che contengono alcaloidi

I vegetali sono in genere un ottimo alimento per la salute. Se si soffre di dolori cronici, però, bisogna prestare attenzione ad alcuni alimenti come ad esempio quelli che contengono un particolare gruppo di sostanze chiamate alcaloidi. Si pensa, infatti che queste sostanze possano influenzare la funzione nervosa e muscolare, soprattutto in soggetti sensibili.  Da evitare in particolare la Belladonna e i pomodori.

4 Glutine

Molti pazienti che soffrono di dolori cronici sono più inclini a essere sensibili a glutine. Si ritiene che un eccessivo consumo di prodotti contenenti questa sostanza possa provocare una eccessiva infiammazione e acidificazione dell’organismo. A questo link trovate i 10 segni che possono indicare un’intolleranza al glutine.

5 Prodotti lattiero-caseari

I prodotti lattiero-caseari e altri prodotti animali possono contribuire ad aumentare l’infiammazione del tessuto presente intorno alle articolazioni, peggiorando il dolore, questo anche a causa dei residui di antibiotici e di altre sostanze somministrate agli animali all’interno degli allevamenti.

6 Carboidrati

I carboidrati, proprio come gli zuccheri, aumentano i livelli di insulina nel corpo, peggiorando le condizioni di infiammazione e dolore cronico dell’organismo. Meglio preferire una dieta a base vegetale, con un basso contenuto di zucchero e alimenti che contengono carboidrati complessi, a più lento rilascio.

7 Alcol e tabacco

Alcol e tabacco possono portare a diversi tipi di disturbi, tra cui alcuni che interessano le articolazioni. I fumatori incorrono in un rischio maggiore di sviluppare malattie come l’artrite reumatoide, mentre le persone che abusano di alcolici hanno un rischio più elevato di sviluppare la gott

8 Oli vegetali trasformati

La maggior parte degli oli vegetali come la colza e l’olio di mais contengono un quantitativo elevato di acidi grassi omega-6. Gli omega6 sono importanti per il nostro organismo, è vero, ma un eccesso può innescare processi infiammatori. Meglio optare per oli ricchi di omega-3, come gli oli di semi e di noci.

9 Fast food

Naturalmente, è d’obbligo stare lontano da cibi trasformati o fast food. Spesso questi alimenti contengono dosi elevate di zuccheri, dolcificanti artificiali, sodio, additivi e altri composti nocivi.

Se si soffrite di dolore cronico, cercate di eliminare questi alimenti per un paio di settimane e vedere cosa succede. Contemporaneamente, aumentate il consumo di frutta fresca, verdura e grassi sani per ridurre l’infiammazione e il dolore. A questo link trovate un elenco di cibi utili per ridurre le infiammazioni presenti nel nostro corpo. E ricordate, anche la meditazione può giocare un ruolo importante nel migliorare la vostra vota e ridurre il dolore.

 Un colorito dorato della pelle è il desiderio di molti durante l’estate. Abbiamo chiesto alla dottoressa Manuela Pastore se è vero che alcuni alimenti contribuiscano all'abbronzatura.

I cibi che facilitano l'abbronzatura 0 10 0 0.

Prendere il sole e assicurarsi un'abbronzatura perfetta è uno dei classici desideri estivi. La dottoressa Manuela Pastore, dietista di Humanitas Milano, ci spiega come l'alimentazione possa contribuire ad abbronzare la pelle.

Vitamina A e carotenoidi sono da sempre considerati intensificatori dell’abbronzatura. In realtà il colore della pelle e di conseguenza il grado di abbronzatura dipende dalla concentrazione di melanina, il pigmento che conferisce il colore scuro. I carotenoidi, se assunti in grandi quantità, possono contribuire a depositare a livello della cute alcuni pigmenti colorati che, sovrapponendosi alla melanina, intensificano il colore dell’abbronzatura.

Al sole la pelle si scurisce ma rischia maggiormente di invecchiare e disidratarsi e una corretta alimentazione gioca un importante ruolo protettivo.

Dal punto di vista nutrizionale una sana abbronzatura è favorita da micronutrienti, fra cui particolarmente efficaci sono gli antiossidanti, e soprattutto da una buona idratazione.

Vitamina A

La vitamina A è contenuta negli alimenti di origine animale (latte, formaggi), protegge pelle e mucose dall’invecchiamento.

 

Carotenoidi

I carotenoidi sono antiossidanti che si trovano in albicocche, anguria, asparagi, broccoli, carote, cachi, cavolo, indivia, lattuga, melone, peperoni rossi, pomodori, spinaci, zucca.

 

Vitamina C

La vitamina C partecipa alla formazione del collagene, il tessuto di sostegno dell’epidermide, alla quale garantisce l’elasticità. Ha un ruolo antiossidante combattendo la formazione di svariati tipi di radicali. Si trova in agrumi, broccoli, cavoli, fragole, kiwi, lamponi, mango, papaia, peperoni, pomodori, ribes nero, spinaci.

Vitamina E

La vitamina E è un antiossidante che si trova negli oli vegetali (girasole, mais, oliva) ma anche in avocado, mandorle, noci, nocciole, pistacchi.

 

Selenio

Il Selenio è un oligoelemento indispensabile per la formazione di un enzima (glutatione-perossidasi) che ha un’azione antiossidante generale. Il selenio agisce in sinergia con la vitamina E. Si trova in aglio, broccoli, cavolo, cetrioli, cereali (specie se integrali), cipolle, funghi, sedano. Le fonti di origine animale sono carne (agnello, anatra, maiale, pollo), formaggi stagionati, pesce (crostacei, frutti di mare, sardine, tonno), tuorlo d’uovo.

 

Zinco

Lo zinco svolge una funzione benefica nei confronti dell’integrità della cute proteggendola dai radicali liberi e partecipa alla costituzione del collagene. Si trova in tutti i cereali e i legumi, frutta oleosa, carote, cavolo verde, sedano, spinaci. Le fonti animali più ricche sono carne e pesce in generale (acciughe, polipo, seppie, ostriche).



Una dieta che includa cinque porzioni di frutta e verdura al giorno anche sotto forma di centrifugati e frullati, almeno un litro e mezzo di liquidi, secondi piatti variati nella settimana e cereali assicura una buona protezione per un’abbronzatura perfetta.

A cura di Valeria Leone

 

Parliamo di Photoaging

Le radiazioni UV, come tutti sappiamo, danneggiano in maniera irreversibile la pelle in tutti gli strati fino in profondità: il sole è responsabile dell’invecchiamento in maniera molto più potente rispetto all’avanzare dell’età. Il problema correlato alle radiazioni solari, infatti, non riguarda tanto la possibilità di arrivare al termine dell’estate senza scottature o eritemi, sfoggiando un’invidiabile abbronzatura dorata, bensì è legato alla capacità della pelle di immagazzinare tutte le radiazioni che l’hanno colpita negli anni in una sorta di memoria cutanea, insieme ai danni che ne conseguono, i quali, pian piano, si sommano nel tempo. La pelle esposta alle radiazioni solari invecchia prematuramente, si parla di photoaging, e, specialmente dopo i 35 anni, manifesta in maniera più evidente i danni rispetto a una pelle coetanea che abbia subito una minore esposizione ai raggi UV:

.     nelle zone più sottili, quali contorno occhi, collo e decolleté, si ha una maggiore formazione rugosa. Le rughe sono più numerose e profonde, appaiono come vere e proprie lesioni del tessuto, a causa del sommarsi dell’azione distruttrice diretta delle radiazioni sulle proteine dermiche e di quella indiretta, attraverso l’attivazione delle metalloproteinasi e l’aumento dei radicali liberi;

.    dopo i 40 anni, la pelle appare ispessita e sono frequenti le ipercromie e le ipercheratosi (cheratosi attiniche);

.    dopo i 50 anni, le macchie senili sul dorso delle mani risultano numerose e particolarmente evidenti.

I raggi UVA arrivano fino al derma, essi inoltre sono costanti tutto l’anno e non si concentrano nel periodo estivo come gli UVB, attraversano il vetro e sono generati anche dai video dei computer e dalle lampade alogene. I raggi UVA sono i principali responsabili del photoaging. Per tale motivo, per contrastare il danneggiamento cutaneo da esposizione ai raggi UV, tutte le creme antirughe da giorno dovrebbero contenere una protezione UVA anche nel periodo invernale.

Nel periodo estivo, le creme da giorno dovrebbero contenere un filtro almeno 30, anche in città! L’alternativa è utilizzare un filtro solare fluido e poco consistente sotto la propria crema da giorno abituale.


 
Ultimo aggiornamento: 01/07/2014

antiacidi; bruciore di stomacoLa terapia in caso di bruciore di stomaco con farmaci che riducono la produzione di acidi viene assunta in modo scorretto da molti pazienti. In particolare, solo uno su tre di coloro che acquistano questi farmaci senza prescrizione medica li prende in modo appropriato, uno su due fra quelli cui la terapia è stata indicata dal medico curante, mentre la situazione migliora se è stato lo specialista gastroenterologo a indicare il farmaco, che viene assunto correttamente in sette casi su dieci.

Questi farmaci infatti, diversi dagli antiacidi, vengono attivati una volta che sono entrati nell'organismo, spiega Michael Wolfe, gastroenterologo autore dello studio pubblicato sulla rivista The american journal of gastroenterology: «Per attivare la medicina, si deve mangiare. Per questa ragione si deve prendere prima di colazione». Ma nonostante venga detto sui foglietti illustrativi, il ricercatore dice che le persone non seguono questa indicazione e quindi: «buttano via i soldi, non si sentono meglio e non ottengono un miglioramento dei sintomi» precisa.

Nello studio è stata presa in considerazioni una classe di farmaci chiamata inibitori di pompa protonica, il cui meccanismo di azione consiste nel ridurre la quantità di acido prodotta dallo stomaco. Proprio per questo loro meccanismo d'azione, il risultato sul bruciore richiede qualche giorno di uso continuativo del farmaco prima di realizzarsi a patto che il farmaco venga preso all'ora giusta rispetto all'assunzione di cibo.

Wolfe con un gruppo di ricercatori statunitensi ha studiato 610 pazienti con reflusso gastroesofageo, una condizione spesso associata a bruciori di stomaco nella quale cibo e acidi risalgono appunto in esofago, causando danni anche ai tessuti. Centonovanta pazienti avevano avuto l'indicazione della terapia dal gastroenterologo, 223 dal medico curante e 197 l'aveva comprata autonomamente. «I pazienti che hanno assunto la terapia secondo la modalità corretta sono stati quelli con la prescrizione del gastroenterologo, i peggiori quelli che hanno preso i farmaci senza prescrizione medica.
 

Il portiere della Nazionale italiana, Gigi Buffon, è solo l’ultimo di una lunga serie di acciaccati illustri. Ecco le spiegazioni per cui in campo si fanno male tutti, dai campioni agli amatori.

Calcio e calcetto: come non farsi male? 5 10 1 1.

giocatore di calcio infortunatoI Mondiali di calcio del Brasile saranno ricordati anche per i tanti calciatori che si sono infortunati prima e durante lo svolgimento del torneo. Il portiere della Nazionale, Gigi Buffon, è stato l’ultimo di una serie che ha avuto le sue vittime più illustri nell’attaccante francese Franck Ribery e in quello colombiano Radamel Falcao.

«Più si gioca e più ci si fa male – spiega il dottor Fabrizio Tencone, medico sportivo del Gruppo Isokinetic e coordinatore dell’area medica della Juventus –: lo conferma uno studio della Uefa, l’Unione delle Federazioni di calcio europeee, che attribuisce ai calciatori 4/5 infortuni ogni mille ore di allenamento e 15/20 infortuni ogni mille ore di partita».

Una larga fetta degli atleti oggi in Brasile è reduce da una stagione agonistica cominciata lo scorso settembre e fatta di oltre 50 partite giocate: «Il rischio di infortunio è maggiore proprio per via dei tantissimi minuti di partita fin qui disputati», conferma il professor Flavio Quaglia, dal 1996 ortopedico della Juventus e specialista in Ortopedia e Traumatologia nonché in Fisiokinesiterapia ortopedica del Centro Sports della Clinica Fornaca di Torino.

 

Un progetto dell'UEFA per proteggere i caciatori dagli infortuni

Proprio l’Uefa ha avviato nel 2001 il progetto “Uefa Elite Club Injury Study” che, in stretta collaborazione con la Medicina dello sport, mira a proteggere i calciatori dagli infortuni attraverso studi regolarmente pubblicati sul “British Journal of Sports Medicine”. «Punire i calciatori che entravano col gomito alto sull’avversario è stata, ad esempio, la conseguenza di uno studio che dimostrava la pericolosità di questo tipo di intervento», precisa il dottor Tencone.

Oltre all’usura c’è un altro potenziale fattore di rischio per chi gioca a pallone: «Il calcio di oggi è sempre più veloce e fisico, una combinazione che favorisce impatti violenti al momento dello scontro. Tuttavia – aggiunge il professor Quaglia - non è sempre il contrasto a provocare l’infortunio: in quasi l’80 per cento dei casi la rottura del legamento crociato anteriore fa seguito a un cambio di direzione improvviso o a un atterraggio successivo a uno stacco per colpire di testa». Succede ai campioni ma anche e soprattutto a chi il calcio lo gioca per passione: «I primi calpestano campi perfetti e sono allenati al meglio – chiude il professor Quaglia –, gli altri non sono altrettanto preparati e corrono e saltano su terreni di gioco che non sono proprio dei biliardi. Per loro, il rischio di farsi male è molto più elevato».

 

Risposte a cura del professor Flavio Quaglia

specialista in Ortopedia e Traumatologia e in Fisiokinesiterapia ortopedica del Centro SP.OR.T.S. della Clinica Fornaca di Torino

Ortopedico Juventus FC

   

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I nostri occhi sono meccanismi delicati che devono essere protetti da occhiali protettivi e antiriflesso. Anche e soprattutto gli occhi dei bambini, più delicati e quindi più esposti ai pericoli arrecati dai raggi ultravioletti.

donna con occhiali da soleDopo un inverno buio, freddo e lungo, la bella stagione finalmente porta un po’ di caldo: le giornate sono più lunghe e soleggiate, le vacanze si avvicinano e istantaneamente ci sentiamo meglio. La luce del sole, infatti, non solo ci dona una gradevole sensazione di benessere e di calore, ma ha anche importanti effetti benefici sul nostro umore e sulla nostra salute: attiva la secrezione del surrene e della serotonina, detta anche “ormone del buonumore”, favorisce il metabolismo della pelle, rinforza le ossa favorendo l’attivazione della vitamina D, favorisce la formazione e la maturazione delle cellule del sangue.

Attenzione però: i nostri occhi hanno la specifica funzione di captare la luce ambientale e di metterla a fuoco, e proprio per questo sono particolarmente sensibili alla luce. La prolungata esposizione solare e le attività all’aperto tipiche della bella stagione possono presentare per i nostri occhi alcuni pericoli specifici che è bene conoscere per prevenirne le conseguenze più fastidiose, e in alcuni casi più serie.

Ecco alcune raccomandazioni del dottor Federico Marcoli, responsabile dell’Unità Operativa di Oculistica di Humanitas Mater Domini e della dottoressa Valeria Vaccaro.

 

1. Proteggere gli occhi con occhiali da sole

Gli occhiali da sole devono essere usati sia al mare sia in montagna, soprattutto quando il sole è forte, ma anche nelle giornate nuvolose in cui c’è riverbero: i raggi ultravioletti (UV) possono, difatti, attraversare le nuvole fino all’80%. Essenziale è la qualità e il colore delle lenti (da evitare le lenti azzurre o blu, che non filtrano a sufficienza le radiazioni più dannose). Gli occhiali da sole sono molto utili anche per prevenire danni alla superficie oculare, che si manifestano con arrossamento, lacrimazione e sensazione di avere la sabbia negli occhi. Il tutto risolvibile con una pomata oftalmica cicatrizzante.

2. Attenzione alle lenti a contatto

I portatori di lenti a contatto dovrebbero utilizzare i sostituti lacrimali più frequentemente in questo periodo per favorire la lacrimazione dell’occhio ridotta da temperatura elevata, aria secca e ventilazione dell’aria aperta. In questo modo si eviterà la secchezza delle lenti, con conseguente offuscamento della visione, sensazione di corpo estraneo e difficoltà di rimozione della lente.

Si deve assolutamente evitare di fare il bagno con le lenti a contatto: sebbene perfettamente tollerate, le lenti causano, infatti, dei microtraumi che aprono la strada a microorganismi presenti nell’acqua delle piscine, dei laghi e dei mari, responsabili di gravi cheratiti, difficili da curare, a rischio di cecità. Inoltre, il sale tende ad asciugare la lente e la altera, depositandosi sulla stessa. In sintesi: sì al bagno, ma senza lenti a contatto!

3. Attenzione alla sabbia

Se la sabbia entra negli occhi, risciacquare abbondantemente con acqua dolce senza strofinarsi gli occhi. Se i sintomi persistono è probabile che vi siano delle abrasioni alla cornea: meglio contattare un oculista o recarsi al pronto soccorso.

4. Facendo il bagno, indossare la maschera o gli occhialini.

La raccomandazione è utile soprattutto se si soffre di irritazioni oculari, ma anche per chi gode di ottima salute, prevenendo il rischio di infiammazione dell’occhio esterno.

La congiuntivite è l’infiammazione oculare più comune, la causa è spesso un’infezione, batterica o virale, mentre i sintomi sono arrossamento oculare, bruciore, lacrimazione.

Quando si nuota in piscina è comune anche una congiuntivite tossica, dovuta all’azione irritante del cloro. Se però l’infiammazione è persistente, è meglio rivolgersi all’oculista: non dimentichiamo che anche l’acqua della piscina può contenere microrganismi pericolosi.

5. Attenzione alle infezioni oculari

Se abbiamo un’infezione o un’infiammazione oculare è meglio evitare l’esposizione diretta al sole e i bagni al mare o in piscina.

6. Usare la crema solare sulle palpebre.

La cute delle palpebre è delicata e sensibile all’irraggiamento solare, occorre quindi applicare con cura la crema solare protettiva attorno agli occhi. La crema non è però adatta per l’occhio, quindi se finisce negli occhi è bene risciacquarli con abbondante acqua dolce.

La protezione della cute palpebrale è importante non solo per evitare l’eritema solare e le ustioni, ma anche per prevenire i tumori della pelle e, dunque, anche delle palpebre.

7. Bere abbondantemente

Bere molta acqua non solo evita la disidratazione dell’intero organismo, ma protegge anche il corpo vitreo, la gelatina che riempie il bulbo oculare. La disidratazione favorisce la degenerazione e il distacco del corpo vitreo, responsabile della visione delle "mosche volanti"; nei casi più gravi può causare una rottura della retina e il suo distacco.

8. Approfittare delle vacanze al mare per mangiare del pesce

Il pesce azzurro è particolarmente ricco di acidi grassi “buoni”, polinsaturi. Seguire una dieta ricca di vitamine e di omega-3 è utile per difendere la zona centrale della retina, la più importante per la visione dei particolari; allevia, inoltre, i sintomi dell’occhio secco.

9. Attenzione ai medicinali

Se stiamo assumendo farmaci, prima di esporci al sole chiediamo al medico se queste medicine possono provocare reazioni indesiderate alla luce del sole, come ad esempio succede con alcuni antibiotici.

Il cerotto per il mal d’auto o il mal di mare può provocare disturbi visivi, causando la dilatazione della pupilla, talvolta sul solo lato del cerotto, anche dopo che il cerotto è stato tolto.

10. Non dimenticare il collirio a casa

Se stiamo utilizzando dei colliri per curare una malattia oculare, portiamoli con noi: in alcuni Paesi sono difficili da reperire, o molto più costosi, o richiedono la ricetta medica locale.

Ricordiamo infine che sono particolarmente a rischio di danni oculari da esposizione solare le persone già affette da una patologia oculare, e i bimbi di età inferiore a 10 anni.

Osservando poche semplici precauzioni, come quelle indicate, potremo godere appieno una splendida estate senza alcun rischio per gli occhi!

Consigli a cura del dottor Federico Marcoli

Unità Operativa di Oculistica di Humanitas Mater Domini
 

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L’estate è alle porte. La temperatura si alza, si suda di più, iniziano i primi tuffi in piscina: è facile perciò che possano “presentarsi” questi due classici disturbi femminili. Ne parliamo con la dottoressa Elena Corradini di Humanitas Mater Domini.
Cistite e candida: problemi al femminile 0 10 0 0.

ragazza che suda, preoccupataSopraggiunge uno stimolo impellente di fare pipì seguito dall’emissione di poche gocce di urina e forte bruciore. E a quale donna, almeno una volta, non è capitato di lamentare un fastidiosissimo prurito intimo e sgradevoli perdite bianche?

Nella maggior parte dei casi questi sono i chiari sintomi di cistite e candida, due tra i più frequenti disturbi femminili.

«La cistite è un’infiammazione della vescica e delle vie urinarie, un disturbo molto diffuso tanto che si registra che circa il 25% delle donne tra i 20 e 40 anni ne abbia sofferto almeno una volta – spiega la dottoressa Elena Corradini, Responsabile del Servizio di Ginecologia di Humanitas Mater Domini –. È causata da diversi batteri che colonizzano la vescica. Alcune condizioni come la stitichezza sono favorenti e altre, come i rapporti sessuali, il freddo o l’assunzione di alcolici, possono essere un motivo scatenante. La candida, invece, è un fungo che normalmente risiede a livello delle mucose genitali e intestinali che, in presenza di un ambiente acido e di una scarsa flora batterica di protezione a livello dell’intestino e della vagina, può dare luogo a vaginiti (infiammazioni vaginali) che spesso sono difficili da debellare».

 

Cistite e candida: che cosa hanno in comune?

Perché le cistiti e le infezioni da Candida sono spesso ricorrenti? Se nella candida un’alimentazione ricca di carboidrati, l’utilizzo cronico di salva slip e l’uso di antibiotici, crea i presupposti per il mantenimento dell’infezione, così la cistite si ripresenta nonostante l’utilizzo mirato di diversi antibiotici.

Anche l’intestino è coinvolto nel processo: le donne che soffrono di candida e cistiti ricorrenti hanno sperimentato che entrambe possono verificarsi a seguito di forme di diarrea o di stitichezza. È bene, quindi curare alimentazione per regolarizzare il transito intestinale.

«Inoltre, nelle donne che presentano recidiva di candidosi o cistiti – afferma la dottoressa Corradini – abbiamo osservato che spesso i muscoli che sostengono il pavimento pelvico sono in uno stato di perenne contrazione o sono più sensibili ad alcuni stimoli fisici e meccanici (il freddo, lo stress, i rapporti sessuali).

Questo stato di ipertono favorisce il ripetersi degli eventi e, solo la valutazione di questa parte anatomica durante la visita ginecologica, permette di “spezzare” il disturbo attraverso l'uso di terapie mirate a ridurre il tono muscolare.

La ginnastica per il pavimento pelvico può, dunque, essere realmente efficace per prendere coscienza di questo apparato muscolare che, sostenendo la pelvi e tutte le sue funzioni, tutte le donne dovrebbero conoscere meglio. .

Le risposte sono della dottoressa Elena Corradini

Responsabile Servizio di Ginecologia di Humanitas Mater Domini

 
Uno studio appena pubblicato su Breast cancer research and treatment’ suggerisce che la restrizione calorica potrebbe ridurre la comparsa di metastasi nei tumori della mammella ‘tripli negativi’, creando una sorta di barricata intorno al tumore. Un effetto in gran parte legato alla riduzione di alcuni microRNA intracellulari.
26 MAG - Una serie di evidenze scientifiche, già disponibili da tempo, indica la restrizione calorica come elisir di lunga vita suggerisce che tagliare le calorie protegge anche dalla diffusione locale e dalle metastasi, in caso di cancro della mammella. Almeno negli animali da esperimento. La ricerca, pubblicata su ‘Breast cancer research. Meno calorie si assumono con i pasti insomma, maggiori sono le chance di vivere più a lungo. Ma adesso, un nuovo filone di ricerca and treatment’ è stata condotta su topine affette da tumore mammario e tenute a restrizione calorica (veniva tagliato il 30% delle calorie consumate abitualmente, quando gli animali avevano accesso libero al cibo). 
 
Questa dieta forzata induceva una riduzione delle concentrazioni intracellulari di alcuni microRNA che, secondo gli autori della ricerca, rappresenterebbe il meccanismo patogenetico alla base di questo effetto anti-tumorale. Nicole Simone, professore associato del dipartimento di Oncologia e Radioterapia della Thomas Jefferson University Radiation Oncology e colleghi, ritengono infatti che la dieta ipocalorica attivi un particolare programma epigenetico, in grado di proteggere dalla diffusione del tumore. In particolare i ricercatori americani hanno scoperto che nelle cellule tumorali ‘affamate’, a ridursi è la concentrazione dei microRNA 17 e 20 (miR 17/20), che di norma sono invece abbondantemente espressi nei carcinomi tripli negativi metastatizzati.
 
Le pazienti affette da tumore della mammella vanno soggette ad un aumento ponderale pari a circa 5 Kg nel primo anno di trattamento, o perché costrette ad assumere steroidi per contrastare gli effetti indesiderati della chemioterapia o - in quelle con recettori ormonali positivi - come effetto collaterale della terapia anti-ormonale. Sono ormai diversi gli studi che dimostrano come un aumento di peso rappresenti un problema per le pazienti oncologiche, perché tra l’altro, rende meno efficaci i trattamenti oncologici. Per questo è così importante avere un occhio di riguardo per il metabolismo, nel corso di queste terapie.
 
E mentre l’aumento di peso, favorisce la comparsa delle metastasi, la restrizione calorica al contrario sembra potenziare gli effetti della radioterapia. “La restrizione calorica – spiega Nicole Simone – promuove delle alterazioni epigenetiche a livello del tessuto mammario, che rafforzano la matrice extracellulare; questo crea una sorta di ‘gabbia’ intorno al tumore, che impedisce alle cellule tumorali di ‘fuggire’ e diffondersi in giro per il corpo”.
 
L’individuazione di questi microRNA e la comprensione dei loro effetti fornisce dunque un modo per diagnosticare i tumori a maggior rischio di metastatizzazione, ma offre anche un nuovo target terapeutico. La messa a punto di farmaci capaci di ridurre il mir 17, ad esempio, potrebbe consentire di rafforzare la matrice extracellulare, esattamente come la dieta ipocalorica. Ma questa ipotesi si basa su uno studio animale; adesso andrà validata nell’uomo. E il gruppo della Jefferson ha infatti iniziato ad arruolare pazienti per il trial CaReFOR (Calorie Restriction for Oncology Research) per esplorare questa possibilità; nello studio verranno arruolate pazienti con tumore della mammella sottoposte a radioterapia, che riceveranno un counselling nutrizionale, mirato alla perdita di peso.
 
Maria Rita Montebelli
 
Ogni anno più di 4 milioni di interventi chirurgici. Ortopedia l'area più a rischio d'errore. Consigli pratici e informazioni su diritti, normative e procedure per una migliore collaborazione tra medico e cittadino in chirurgia. Una vera e propria guida, realizzata con il contributo di Baxter, nata grazie alle segnalazioni arrivate al Tribunale per i Diritti del Malato.
20 MAG - Il ricovero per un intervento chirurgico rappresenta un evento importante sul quale non sono pochi i dubbi e talvolta anche le paure nutrite dal cittadino che si deve operare ma anche dalla sua famiglia. Scegliere il luogo, documentarsi sulle tecniche e sulle dotazioni delle strutture, capire cosa succede nel post-operatorio aiuta il paziente ad acquisire fiducia e sicurezza prima dell’intervento. Spesso, tuttavia, disporre delle informazioni necessarie non è così semplice. Per questo Cittadinanzattiva, partendo dalle segnalazioni giunte al Tribunale per i Diritti del Malato, ha realizzato la guida Operazione sicurezza, cosa fare e cosa sapere in caso di intervento chirurgico. La Guida, realizzata con il contributo non condizionato di Baxter - azienda impegnata anche nella promozione di una campagna informativa al medico e al cittadino sulla sicurezza in chirurgia (www.chirurgiapiusicura.it) - è stata presentata al pubblico oggi presso il Salone della Direzione generale del Policlinico Umberto I. La guida è disponibile online sul sito web www.cittadinanzattiva.it 
 
Sono più di 4 milioni gli interventi chirurgici effettuati ogni anno in Italia. Più di un terzo degli errori (36,91%) per i quali i cittadini hanno richiesto un risarcimento ha riguardato l’area chirurgica; le specialità cliniche maggiormente interessate sono: Ortopedia (13,54%), Struttura e parti comuni (11,99%), Chirurgia generale (7,97%), Ostetricia e ginecologia (4,78%), Dea/Pronto soccorso (4,53%%), Cardiochirurgia (4,47%), Odontoiatria (4,38%), Oculistica e Oftalmologia (3,90%).
Dai dati del Rapporto PiT Salute 2013 del Tribunale per i diritti del malato emerge che, nell’ambito delle liste di attesa, dopo le visite specialistiche, sono gli interventi chirurgici (28,1%) l’ambito in cui i cittadini lamentano tempi di attesa troppo lunghi. Inoltre, nell’ambito della sicurezza e della malpractice, nel 2012 il 23% dei cittadini si è lamentato delle condizioni delle strutture (era il 15% nel 2011), in particolar modo per la fatiscenza degli ambienti.

L’obiettivo della Guida è rilanciare il tema della sicurezza in chirurgia, fornendo consigli pratici e informazioni su diritti, normative, procedure e aspetti della sicurezza nell’ambito degli interventi chirurgici. Ad esempio: scegliere la struttura nella quale operarsi prestando ascolto ai consigli del medico di famiglia più che al passaparola, e consultando la Carta dei servizi: questa ci aiuta a conoscere l’organizzazione dei reparti, gli standard e gli impegni, le tipologie di prestazioni, i tempi di attesa, le dotazioni strumentali e le tecniche operatorie della struttura scelta.
Ancora, partecipare attivamente al percorso sanitario proposto dalla equipe medica, fornendo tutte le informazioni sulla propria salute e sull’anamnesi, prevenendo le infezioni ospedaliere tramite semplici accorgimenti come il lavaggio delle mani, firmando in maniera consapevole il consenso informato. Pretendendo dai medici e concedendo agli stessi il tempo e lo spazio adeguato prima di tornare a casa dopo l’intervento perché ad esempio, la lettera di dimissioni e la cartella clinica sono strumenti fondamentali per il decorso post-operatorio.

In sintesi un vademecum per il cittadino:
1. Affidarsi ai consigli del medico di medicina generale e dello specialista.
2. Scegliere la struttura adeguata in base alla equipe chirurgica, al comfort, ai servizi offerti, alle innovazioni tecnologiche utilizzate, anche basandosi sulle Carte dei servizi.
3. Collaborare con i sanitari, fornendogli tutte le informazioni cliniche utili, durante l’anamnesi e l’esame obiettivo.
4. Prepararsi all’intervento seguendo le indicazioni dei medici ed infermieri (dieta, terapia, indumenti, altre accortezze).
5. Fare la propria parte per ridurre il rischio di infezioni, lavandosi frequentemente le mani, curando l’igiene personale, segnalando eventuale febbre o permanenza prolungata di cateteri.
6. Esprimere in maniera consapevole il consenso informato, ovvero accettare il percorso diagnostico-terapeutico proposto dal medico, dopo aver chiarito ogni dubbio e preso coscienza delle eventuali alternative.
7. Non soffrire inutilmente! Dal 2010 esiste una legge (n.38) che tutela il diritto del paziente a non soffrire inutilmente e che obbliga i sanitari a porre attenzione al dolore, misurandolo e trattandolo adeguatamente
8. Dopo l’intervento, è opportuno fare attenzione allo stile di vita, ai comportamenti da tenere (quando e come muoversi, cibi si/no, farmaci da assumere).
9. Prima di andare a casa, richiedere copia della documentazione clinica.
10. Fidarsi, collaborare e partecipare: tre parole d’ordine per una operazione in sicurezza.
 


 
   

Nessun integratore alimentare può vantare proprietà terapeutiche nel trattamento della disfunzione erettile, una patologia che come tale necessita di essere affrontata con adeguate cure farmacologiche prescritte dal medico e da adottare sotto suo stretto controllo. È questo il messaggio lanciato da FederSalus, Associazione nazionale produttori prodotti salutistici, per rinforzare l’azione del Ministero che nei giorni scorsi ha dato l’allerta per un prodotto illegale (Max Erectum Forte) venduto on line, etichettato come integratore alimentare proveniente dalla Repubblica Ceca, ma di fatto contenente una sostanza ad attività farmacologica (hydroxythiohomosildenafil) contro i problemi di erezione. Il ministero, sottolinea una nota dell’associazione «ha denunciato una frode con possibili gravi ripercussioni sulla salute pubblica», dal canto suo l’associazione «invita i consumatori a fare grande attenzione, per non incorrere in rischi per la propria salute» e sottolinea che «chiunque commercializzi quest’integratore commette un reato sanzionato penalmente in violazione dell’art. 14 del Regolamento CE 178/2002». FederSalus ricorda che gli integratori alimentari si possono acquistare «nelle farmacie e parafarmacie, nelle erboristerie, nei supermercati, nelle palestre e nelle profumerie. Per molti italiani» aggiunge «anche internet è diventato un canale di acquisto dietro al quale però si celano potenziali rischi come l’acquisto di prodotti contraffatti, con quantitativi di nutrienti e sostanze ad azione -fisiologica diversi da quelli dichiarati o completamente assenti, se non addirittura prodotti contenenti sostanze dannose». Per questo motivo l’associazione ha voluto definire un decalogo di buone regole per un acquisto sicuro online che suggerisce di verificare i componenti, il dosaggio, la modalità di trasporto e consegna, e se i prodotti sono inclusi nel registro nazionale del Ministero, di evitare le sostanze dopanti e di non fidarsi di promesse mirabolanti.(S.Z.)
     
 

Troppi litigi in famiglia, specie col partner, o tra parenti possono raddoppiare, o finanche triplicare, il rischio di morire per qualunque causa di individui di mezza età. Influiscono anche le continue preoccupazioni e richieste eccessive di partner e figli. Lo rivela un maxi-studio durato 11 anni e pubblicato sul Journal of Epidemiology & Community Health, di Rikke Lund dell'Università di Copenaghen. I più vulnerabili a incessanti richieste e preoccupazioni sono risultati gli uomini, specie quelli con problemi di occupazione o senza lavoro. La ricerca ha coinvolto 10.000 individui di 36-52 anni, cui è stato chiesto di compilare un questionario sulle loro relazioni, su svariati aspetti della loro vita, con particolare riferimento a eventuali fattori di stress come litigi in famiglia o tra parenti e amici, fonti di preoccupazione o richieste eccessive da parte di partner e figli. Negli 11 anni di osservazione sono stati registrati tutti i decessi tra il campione. E' emerso che se si hanno conflitti frequenti in famiglia - specie col partner - il rischio di morte per qualunque causa è da raddoppiato a triplicato. Mentre il rischio può essere del 50% in più o addirittura raddoppiato (+100%), in caso di eccessive fonti di preoccupazione e richieste da parte di partner e figli. Anche se l'indole personale può avere un peso sul rischio di morte, influenzando il modo di percepire e reagire a liti, preoccupazioni e altri fattori di stress, questi risultati indicano che molto in termini di prevenzione delle morti premature si potrebbe fare anche con un adeguato supporto sociale alle famiglie e fornendo agli individui abilità nella gestione dei conflitti. (ANSA)

 

bambini giocano fiocchidiriso

È l’organo sensoriale più grande del corpo e offre il primo e importante rivestimento protettivo dal mondo esterno. Per mantenere efficaci i suoi meccanismi di protezione, soprattutto nel bambino, basta seguire 10 semplici regole concepite per favorire l’innata attitudine della pelle a strutturarsi nella sua fisiologica barriera di protezione.

Prendersi cura della pelle è importante sempre. Lo è ancor di più quando si tratta della pelle del bambino che sappiamo essere ancor più delicata. Ha un minor spessore dello strato corneo e dell’epidermide e un rapporto superficie/peso triplo con una conseguente maggior possibilità di intossicazione per cutanea.

Ha un pH cutaneo più elevato intorno al 6, un elevato rapporto ghiandole sudoripare/cmq, un sistema tamponante non ancora maturo a ridotto contenuto di melanina con il conseguente rischio di scottature e danni provocati dai raggi solari. Ha infine un minor contenuto di sostanze in grado di legare l’acqua a una maggior capacità di gestione del bilancio idrico.

Da queste caratteristiche deriva l’importanza di seguire alcune linee guida funzionali d’igiene per preservarne la naturale capacità di strutturarsi come barriera protettiva verso il mondo esterno. Si tratta di 10 semplici regole che possono fare la differenza:

 

  1. Lo sporco della cute del neonato è meno adesivo rispetto a quello dell’adulto e non necessita di una frequente pulizia. Per questo è bene scegliere detergenti delicati a base di tensioattivi di derivazione vegetale, da olio di babassu, per esempio, dalle proprietà emollienti e nutrienti, oppure da olio di riso, evitando detergenti contenenti Sodium Lauryl Sulfate (SLS) e Sodium Laureth Sulfate (SLES), irritanti e dall’effetto disidratante.
  1. Nei primi mesi di vita si consiglia una detersione delicata per affinità, con l’ausilio di un dischetto di cotone, svolta da oli e latti detergenti eudermici (come l’olio di emu), molto simili in composizione al sebo umano e ben tollerati da pelli sensibili. Una detersione delicata che, oltre a pulire, nutre e idrata la pelle del bambino.
  1. Per l’igiene è importante scegliere prodotti specifici di paidocosmesi ovvero di cosmesi specifica per l'infanzia, senza SLS, SLES, coloranti, conservanti, paraffine, PEG, profumi così da ridurre al minimo il rischio di irritazioni.
  1. Per detergere i capelli si consiglia l’uso di un prodotto specifico per capelli e cuoio capelluto preferendo nei primi mesi un olio-shampoo privo di PEG che garantisce una detersione delicata e il giusto nutrimento. In caso di crosta lattea prima dello shampoo ammorbidire le croste con un olio ed evitare di rimuoverle con il pettine.
  1. Per le parti intime al cambio pannolino, è opportuno scegliere un olio o un latte eudermico o in alternativa un detergente specifico a pH baby fisiologico. I continui ma necessari cambi, infatti, sollecitano la delicata cute del neonato ecco perché il detergente ideale deve svolgere un’azione delicata, nutrire e rispettare la fisiologica struttura delle mucose; in questa zona la permeabilità è maggiore e non è funzionale utilizzare detergenti profumati, con schiumogeni aggressivi e coloranti. Inoltre il clima “caldo umido” che si crea può favorire la crescita e lo sviluppo microbico.
  1. La temperatura ideale della stanza da bagno è compresa tra i 21 e i 22°C.
  1. La temperatura dell’acqua per il bagnetto deve essere di 36/37°C, come quella corporea.
  1. Quanti bagnetti al giorno? Nei primi 6 mesi di vita è sufficiente uno alla settimana, e nel periodo estivo per rinfrescare se ne può fare qualcuno in più aggiungendo dell’amido di riso nell’acqua. La durata del bagnetto non deve essere mai troppo lunga. Dai 6 ai 12 mesi, è indicato 1-2 bagnetti alla settimana; dai 12 ai 24 mesi, 2 volte alla settimana; oltre i 24 mesi in base alle necessità.
  1. Dopo il bagnetto è bene idratare la cute con un olio o un latte eudermico poiché l’affinità con la pelle li rende particolarmente efficaci per donare emollienza e idratazione.
  1. Anche per il bucato e la pulizia dell’ambiente domestico, è bene usare prodotti detergenti idonei e formulati con sostanze naturali, ricordando che un’eccessiva disinfezione della biancheria può risultare addirittura controproducente, soprattutto se residui di prodotti rimangono sugli indumenti ed entrano in contatto con la cute del piccolo, causando possibili irritazioni e dermatiti.

Mangiare troppo cibo-spazzatura non solo fa accumulare chili di troppo, ma rallenta le funzioni mentali, stancando letteralmente il cervello e rendendo pigri. Lo afferma una nuova indagine USA pubblicata sulla rivista "Physiology and Behavior", da ricercatori della University of California Los Angeles. I test condotti su ratti da laboratorio hanno evidenziato nei topi sottoposti ad una dieta del tutto simile a quella "umana" con cibi "raffinati" e alti contenuti di zucchero o fruttosio, un aumento della obesità ed una inattesa "diminuzione di motivazione, reazioni fisiche e mentali". Gli effetti nel gruppo che seguiva la dieta spazzatura, rispetto ai ratti sottoposti ad un regime alimentare sano, si sono resi evidenti dopo solo tre mesi dall'avvio delle sperimentazioni. In particolare quando i ricercatori hanno indotto i ratti a eseguire determinati esercizi con "premi" in cibo ed acqua subito dopo, gli animali con la dieta "errata" si sono mossi lentamente, hanno dovuto fare intervalli di 10 minuti tra un test e l'altro. I topi con alimentazione sana si sono invece mossi a tutta velocità ed hanno preso pause-riposo di meno di 5 minuti. Inoltre i ratti che mangiavano prodotti raffinati hanno evidenziato la presenza di più tumori degli altri. Secondo l'autore dello studio, Aaron Blaisdell, «le persone obese spesso tacciate di essere anche pigre sarebbero in realtà vittima di una fatica mentale-fisiologica». (ANSA)
I ricercatori del Centers for Disease Control and Prevention (CDC) hanno analizzato che cartelle cliniche di 216 bambini ricoverati con influenza in Terapia Intensiva. I bambini completamente vaccinati ricoverati erano il 18%. Il 55% presentava almeno una patologia cronica di base.
04 APR - “Vaccinate i bambini, già a partire dai 6 mesi di età, e soprattutto se sono ad alto rischio di gravi complicanze legate all’influenza, come ad esempio quelli che soffrono di patologie croniche come l'asma, il diabete o ritardi nello sviluppo”. È questa la raccomandazione dei ricercatori del Centers for Disease Control and Prevention (CDC), che arriva anche sulla base di un loro studio condotto su 216 bambini di età compresa tra i 6 mesi e i 17 anni, dal quale è emerso che vaccinarsi contro l’influenza riduce del 74% il rischio dei bambini di essere ricoverati in terapia intensiva pediatrica.

La squadra di guidata da Alicia Fry ha analizzato le cartelle cliniche di 216 bambini ricoverati in 21 Unità di Terapia Intensiva negli Stati Uniti durante le stagioni influenzali 2010-2011 e 2011-2012. Dall’analisi, i cui risultati sono stati rilanciati anche sul sito internet dell'Agenzia italiana del farmaco, è emerso che solo il 18% dei casi di influenza con ricovero in terapia intensiva riguardava bambini completamente vaccinati. Più della metà (55%) dei casi presentava almeno una patologia cronica di base che ha esposto i bambini a un più alto rischio di gravi complicanze. Tuttavia, sottolineano i ricercatori, lo studio ha anche evidenziato che sebbene la vaccinazione antinfluenzale sia stata associata a una significativa riduzione del rischio di ricovero, la copertura vaccinale antinfluenzale si è rivelata relativamente bassa nei bambini coinvolti nello studio.

Da qui l'invito di Fry e della sua squadra a vaccinare i propri figli. “Sebbene non sempre può impedire l’insorgere dell’influenza, il vaccino rappresenta un'importante protezione dai più gravi effetti dell’influenza”, evidenziano i ricercatori.



 

come-leggere-etichetta

Il più delle volte sono indecifrabili. Riportano lunghi elenchi di ingredienti dai nomi impronunciabili e ai più sconosciuti. Ecco qualche consiglio utile per leggere, senza perdere la bussola, l’etichetta di un prodotto per la cura e l'igiene personale.

Quando acquistiamo un prodotto cosmetico, ci lasciamo affascinare dall’immagine riportata sulla confezione e quasi mai da quanto riportato sull’etichetta. Come mai?

Sicuramente perché  il più delle volte è indecifrabile: ingredienti dai nomi sconosciuti, sigle impronunciabili e simboli che sembrano retaggio di antiche scritture scomparse. Ma come leggiamo il bugiardino di un farmaco, allo stesso modo è importante conoscere cosa si nasconde dietro un prodotto cosmetico.

Ogni singolo ingrediente della formulazione, infatti, svolge una funzione specifica e spesso lavora in sinergia con gli altri. Inoltre, a differenza dei farmaci, i cosmetici e i detergenti si usano quotidianamente e anche solo piccole dosi di sostanze dannose possono, col tempo, causare problemi.

Vediamo allora come si compone un’etichetta. Prima di tutto, l’INCI, il codice internazionale unico per tutti i paesi dell’Unione Europea, riporta le denominazioni degli ingredienti contenuti che compaiono in ordine decrescente cioè il primo è il principale componente del prodotto e così via fino ai componenti inferiori all’1% inseriti in coda.

Gli ingredienti utilizzati per i cosmetici sono oltre 13.000: impossibile quindi conoscerli tutti. Ci sono poi tensioattivi, gelificanti, umettanti, emulsionanti, conservanti, coloranti e profumi.

  • Fra i conservanti ci sono i principali accusati della nocività alla pelle e al pianeta: parabeni, urea, Kathon, Bha, Bht, Triclosan.
  • Gli antiossidanti invece servono a ritardare l’irrancidimento dell’olio e come la vitamina E svolgono anche un’azione antirughe.
  • I chelanti sono sostanze capaci di legare i metalli per impedire che modifichino la consistenza, il colore e l’odore del prodotto.
  • Gli umettanti come la glicerina vengono aggiunti per impedire l’evaporazione dell’acqua con conseguente cambiamento della consistenza della crema.
  • Gli addensanti o fluidificanti servono a dare consistenza e fluidità.
  • Insieme a queste sostanze ci sono i principi attivi, sostanze naturali o composti chimici che rappresentano la specificità del cosmetico.

In realtà in un cosmetico tutta la formulazione concorre a ottenere il risultato finale ed è quindi importante saper scegliere prodotti non solo in base al principio attivo ma anche considerare gli altri ingredienti.

Oltre agli ingredienti, ogni etichetta riporta obbligatoriamente anche:

  • la scadenza
  • le avvertenze
  • il nome e la sede legale del produttore
  • il contenuto nominale
  • il numero di lotto di fabbricazione
  • la funzione del prodotto

Per quanto riguarda la scadenza, si tratta della data alla quale il prodotto, opportunamente conservato, continua a soddisfare la sua funzione iniziale e a rimanere sicuro. L’indicazione della scadenza non è obbligatoria per i cosmetici che hanno una data superiore ai 30 mesi. Per questi prodotti è invece obbligatorio inserire in etichetta l’indicazione relativa al periodo di tempo in cui il prodotto, una volta aperto, può essere utilizzato senza effetti nocivi.

Si tratta del cosiddetto PAO (Period After Opening). Il contatto con l’ambiente esterno può alterare le caratteristiche del prodotto nel tempo. Il PAO è indicato in tutti i Paesi dell’Unione Europea con uno stesso simbolo: un vasetto aperto su cui è apposta la durata in mesi del prodotto dopo l’apertura scritta in cifre seguita dalla lettera M. Il simbolo è presente sia sul contenitore del prodotto sia sulla confezione esterna.


 

L'inquinamento dell'aria ha provocato la morte di sette milioni di persone nel mondo nel 2012, ovvero un decesso su 8, un livelli pari a più del doppio delle precedenti stime. Lo rivela uno studio dell'Organizzazione mondiale della sanità pubblicato a Ginevra (Oms). «L'inquinamento dell'aria, all'interno e all'estero, è oggi il maggior rischio ambientale per la salute», ha detto l'esperta dell'Oms Maria Neira, direttrice del dipartimento Salute pubblica, determinanti sociali e ambientali della salute. Rispetto all'ultima stima del 2008 l'aumento è soprattutto dovuto a  nuove conoscenze del legame con alcune malattie, come le cardiopatie e gli ictus, e non a ''un'esposizione più alta'' all'inquinamento, ha spiegato l'esperta Annette Pruss-Ustum. I nuovi dati mostrano un legame particolarmente forte tra l'inquinamento dell'aria, negli ambienti chiusi e aperti, con le malattie cardiovascolari, gli ictus, le cardiopatie ischemiche e il cancro. Le regioni a basso e medio reddito  del Sud- Est asiatico e del Pacifico occidentale sono le più colpite.

 

Gli smartphone sul comodino possono essere dannosi alla nostra salute se non consentono di mantenere un sonno continuo a causa della luce che irradiano dagli schermi. «Perché le nostre cellule hanno bisogno di riposo», sottolinea il professor Giuseppe Scotti.

Cellulari accesi di notte, rischi per la salute? 10 10 1 1.

spegnere lo smartphone di notteScandiscono i momenti della nostra giornata e, spesso, ci fanno compagnia anche di notte, adagiati sui nostri comodini. Sono gli smartphone che, in 8 casi su 10, vengono lasciati accesi anche mentre dormiamo. Lo rivela un sondaggio dell’inglese Ofcom, un’occasione che è stata colta da molti specialisti per mettere in guardia dai rischi causati dagli schermi mantenuti accesi durante le ore notturne. Sul “Daily Mail”, Guy Meadows, specialista della Sleep School di Londra, suggerisce di lasciare il telefonino in cucina durante la notte, perché dormire con il cellulare vicino al letto può causare anche capogiri e mal di testa. Il problema principale è legato alla luce degli schermi, oggi molto forte per l'alta qualità dei telefoni moderni, che se “proiettata” nel cuore della notte rischia di farci risvegliare e renderci altamente vigili, con problemi a riaddormentarci e a riposare abbastanza per essere attivi il giorno dopo.

Il nostro cervello ha bisogno di riposo

Il commento del professor Giuseppe Scotti

Neuroradiologo di Humanitas

«Il nostro cervello ha bisogno di riposo. Che la deprivazione da sonno, cioè sonni brevi e interrotti, non faccia bene all’organismo, dal sistema immunitario che ne risente, al tono dell’umore, alla creatività ecc., è una nozione ben nota. Le cellule hanno bisogno di “ricaricarsi” e per farlo hanno bisogno di riposo. La notizia, però, rischia di essere forviante laddove fa pensare che siano i cellulari i responsabili dei guai. I cellulari lo sono solo se sono causa di interruzione del sonno, non se si tengono sul comodino. Se il cellulare non suona per dodici ore e si riesce a dormire per dodici ore, non sussistono problemi.

Il cellulare chiaramente va gestito in maniera moderata, ma non è il telefonino in sè la causa dei disturbi del sonno. Lo è un uso scorretto, come lo sarebbe quello del telefono che suona tre volte durante la notte o dell’allarme in casa. Se lo si usa come sveglia non c’è alcuna differenza rispetto a una radio sveglia o a una sveglia vecchio stile. Che i cellulari possano essere fonte di guai, compresi i tumori cerebrali, è un allarme che viene periodicamente rilanciato ma che nessuno finora ha mai dimostrato».


 


Cancro, peso, calo del desiderio, rischio di trombosi, perdita di fertilità: sono alcuni degli effetti che molte donne attribuiscono alla pillola contraccettiva. Falsi miti che vanno sfatati, secondo la Società italiana di contraccezione (Sic), che allo scopo ha preparato un decalogo in cui chiarisce punto per punto questi dubbi, presentato oggi a Milano e del quale riferisce un lancio dell'agenzia Ansa.
''Visto lo scarso utilizzo della pillola in Italia - spiega Annibale Volpe, past president della Sic - come Società della contraccezione abbiamo deciso di rilanciare la contraccezione, in particolare quella ormonale con diverse iniziative, a partire da una corretta informazione anche con diverse pubblicazioni sul nostro sito. Tanti studi scientifici confermano i benefici diretti e indiretti della pillola e vogliamo fare chiarezza''.
Da qui l'idea del decalogo dei falsi miti, al cui primo punto c'è quello relativo al cancro. ''È assolutamente falso che l'uso della pillola aumenti il rischio di ammalarsi di cancro - evidenzia Franca Fruzzetti, ginecologa dell'ospedale S.Chiara dell'Università di Pisa - Anzi. Per il tumore all'ovaio ad esempio, che ha una bassa sopravvivenza perchè la diagnosi è spesso tardiva, dimezza il rischio di ammalarsi e l'effetto protettivo dura di più tanto più prolungata è l'assunzione nel tempo. Una protezione che dura fino a 30 anni dalla sospensione della pillola''.
La pillola ha un effetto protettivo anche per i tumori dell'utero e del colon retto mentre non ha alcun effetto per quello a seno. Circa il tromboembolismo venoso, ''l'aumento del rischio - precisa Volpe - è basso, e dipende dalla dose e tipo di estrogeno e progestinico. Con le pillole con estradiolo il rischio è molto più basso. La pillola non va presa se si ha una storia familiare di trombosi o malattie della coagulazione''.
È falso inoltre che la pillola tolga desiderio sessuale, che non sia adatta alle giovanissime, che non vada presa in pre-menopausa, che renda meno fertili, che modifichi l'umore, che l'amenorrea provocata sia pericolosa, che faccia ingrassare e che non si possa prendere se si ha un ciclo mestruale irregolare.




 

Fluoro, sigillature, una corretta igiene orale e una giusta alimentazione: queste le raccomandazioni del Ministero della Salute per la prevenzione delle carie nei bambini e negli adolescenti. Ne parliamo con il dottor Michele Inzaghi di Humanitas Mater Domini.
 

Igiene orale dei più piccoli: ecco come prevenire la carie 0 10 0 0.

bambino con spazzolino e dentifricioI problemi di tipo odontoiatrico, in età pediatrica, nonostante qualche miglioramento ottenuto in termini di salute generale, rimangono comunque elevati e rendono necessario continuare a promuovere interventi preventivi.

Proprio per dare indicazioni univoche sulle precauzioni da prendere per la prevenzione delle carie e delle malattie orali più comuni tra gli under 14, il Ministero della Salute ha deciso di redigere un documento chiamato “Linee Guida Nazionali per la promozione della salute orale e la prevenzione delle patologie orali in età evolutiva” che ha come destinatari principalmente specialisti del settore: odontoiatri, igienisti e pediatri.

Il fluoro, alleato dei denti dei più piccoli

«Il fluoro – spiega il dottor Michele Inzaghi, responsabile clinico del Centro Odontoiatrico di Humanitas Mater Domini – è un importante alleato dei denti, un elemento che si lega ai tessuti duri del dente, smalto e dentina, rinforzandoli e rendendoli meno aggredibili dai batteri che causano la carie. I bambini possono assumere fluoro attraverso cibi, acqua e mediante compresse che il pediatra prescrive e da assumere fino ai 6 anni. In questo modo il fluoro, assunto per via sistemica, serve a rinforzare i denti durante la loro formazione, ma non ha effetto su quelli già presenti in bocca. Sui denti già fuoriusciti, agisce il fluoro applicato per via locale attraverso il dentifricio fluorato, da utilizzare dai 3 anni in poi scegliendo quello adatto all’età del bambino. A partire dai 6 anni di età, la fluoroprofilassi locale è invece eseguita dal dentista mediante l’applicazione di un gel ad alta concentrazione di fluoro sui denti preventivamente detersi».

Le sigillature proteggono i denti dei nostri bimbi

«Le sigillature – continua il dottor Inzaghi – vengono fatte principalmente sui molari che sono più esposti al rischio di carie dato che presentano numerosi e profondi solchi, al cui interno la placca e i batteri possono facilmente annidarsi e creare un  danno. Si tratta di un intervento completamente indolore, semplice e rapido, che non richiede né anestesia locale né tantomeno l'utilizzo del trapano, ma prevede l'applicazione di una speciale resina fluida (detta sigillante) direttamente sui solchi dei denti molari. La loro efficacia nel prevenire la carie è massima se vengono applicate nei 2 anni successivi all’uscita dei molari permanenti e la loro integrità va controllata ogni 6-12 mesi».

Non è da sottovalutare, inoltre, una corretta igiene orale, molte volte i bambini non sanno come detergere i denti. Per questo è importante che siano seguiti dai genitori durante questa procedura e che siano abituati alla pulizia dei denti almeno due volte al giorno.

L'eterno nemico dei denti: lo zucchero!

L’assunzione di bevande e cibi contenenti carboidrati semplici (per carboidrato semplice si intende anche il comune zucchero da tavola) è sconsigliata fuori dai pasti. In ogni caso, dopo ogni pasto, è consigliato lavarsi i denti per scacciare i carboidrati semplici che sono nemici dei denti. Ai genitori dei più piccoli è sconsigliato far addormentare il bambino con il succhiotto edulcorato (cioè il ciuccio intinto nel miele o nello zucchero) o con il biberon con tisane o altre bevande: l’assunzione prolungata e notturna di bevande zuccherate, a scopo calmante è da considerarsi un’abitudine alimentare scorretta. L’esposizione prolungata agli zuccheri dei denti da latte favorisce, infatti, la comparsa del processo carioso prevalentemente nei denti frontali.

Anche altri denti ne possono essere colpiti. La carie nei neonati e nei bambini molto piccoli è spesso definita come “Carie o sindrome da biberon”.


 

I valori della pressione arteriosa variano nel corso della giornata, tendenzialmente diminuiscono con il riposo notturno, aumentano la mattina, si normalizzano per poi salire di nuovo la sera. Picchi di pressione possono verificarsi anche con le basse temperature atmosferiche o in conseguenza di forti emozioni e sforzi fisici. Altri fattori di rischio per lo sviluppo di ipertensione sono sovrappeso, obesità, ipercolesterolemia, diabete, abitudine al fumo di sigaretta ed età per un fisiologico irrigidimento dei vasi sanguigni arteriosi.

Perché è importante misurare la pressione
L'ipertensione non dà sintomi fino alla comparsa di complicanze cardiovascolari. In letteratura è stato dimostrato che rappresenta uno dei principali fattori di rischio per infarto del miocardio, scompenso cardiaco, ictus cerebrale e malattie renali. Poiché le malattie ischemiche sono la prima causa di morte al mondo è fondamentale controllare i livelli di pressione sistolica regolarmente, anche a domicilio. "Controlla la tua pressione arteriosa", slogan della Giornata mondiale della salute 2013, ha ribadito l'importanza di questa pratica.

Classificazione dei livelli di pressione arteriosa
Le linee guida 2013 dell'European society of cardiology hanno stabilito i valori di riferimento per la pressione massima (sistolica) e minima (diastolica), espressa in millimetri di mercurio (mmHg):

  • ottimale: meno di 120 meno di 80
  • normale: 120-129 80-84
  • normale alta: 130-139 85-89
  • ipertensione lieve: 140-159 90-99
  • ipertensione moderata: 160-179 100-109
  • ipertensione grave: sopra 180 110

L'ipertensione arteriosa interessa oltre la metà circa degli uomini di età compresa tra i 35 e i 79 anni.

Effetto camice bianco
Tipicamente, la misurazione della pressione viene eseguita con uno sfigmomanometro a mercurio nello studio medico o in farmacia. Diversi studi clinici hanno dimostrato che la pressione arteriosa rilevata da un professionista in camice bianco risulta spesso più alta a causa dello stress provato dal paziente, a volte inconsapevole, di quella rilevata a casa da soli o da un familiare. Esiste anche un'ipertensione isolata da studio medico.

Uso degli apparecchi per la misurazione a domicilio
In commercio sono disponibili diversi modelli di apparecchi automatici per l'automisurazione della pressione arteriosa a domicilio. Affinché l'automisurazione domiciliare rappresenti un valore aggiuntivo e attendibile rispetto a quella effettuata nello studio del medico, il paziente deve essere istruito e addestrato a seguire scrupolosamente le istruzioni: la misurazione va effettuata da seduti, dopo 5-10 minuti di rilassamento. Il braccio sinistro, a cui va applicato il bracciale tra ascella e piega del gomito, deve essere libero da indumenti e posizionato all'altezza del cuore, con il palmo della mano rivolto verso l'alto, appoggiato su una superficie piana. Si preme il pulsante e si attendono i risultati che appariranno sul display. Prima di eseguire la successiva misurazione, è necessario sgonfiare completamente il bracciale e attendere 2-3 minuti per lasciare defluire il sangue. La pressione non va misurata dopo uno sforzo fisico, aver assunto caffeina, fumato o avuto un'emozione forte. Si consigliano misurazioni mattino e sera per una settimana e poi un giorno la settimana quando la pressione arteriosa è sotto controllo.

Vantaggi
Se queste indicazioni vengono rispettate, è stato dimostrato che l'automisurazione della pressione domiciliare dà risultati attendibili e ha un valore prognostico migliore di quella ottenuta nello studio medico perché corrisponde meglio allo stato reale. Inoltre migliora la compliance del paziente alla terapia con i farmaci antipertensivi e all'adozione di uno stile di vita salutare. Per questo andrebbe incoraggiata. L'automisurazione domiciliare della pressione rimane comunque complementare a quella effettuata dal medico.

Comportamenti utili
Per mantenere i valori di pressione arteriosa entro i limiti previsti dalle linee guida internazionali è opportuno:

  • ridurre il consumo di sale e di insaccati
  • aumentare il consumo di frutta e verdura
  • mantenere sotto controllo il peso corporeo
  • non fumare
  • praticare attività fisica, anche leggera, regolarmente
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Non vedenti. Una ricerca italiana apre nuovi programmi di riabilitazione
Le persone affette da cecità congenita non comprendono la relazione spaziale tra due o più suoni provenienti da punti diversi. La scoperta italiana dell’IIT potrebbe consentire di realizzare nuovi programmi di riabilitazione motoria. Questo gruppo di ricerca coordina il progetto europeo ABBI
16 MAR - I non vedenti percepiscono meglio alcune caratteristiche dei singoli suoni, quali direzione, intensità e timbro, ma non sono in grado di distinguere la relazione spaziale tra suoni provenienti da punti diversi. A dimostrarlo i ricercatori dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT), del Dipartimento di Robotics Brain and Cognitive Sciences dell'IIT, in collaborazione con l’Istituto David Chiossone di Genova e l’Università di Firenze. La scoperta suggerisce possibili percorsi riabilitativi dell’orientamento spaziale delle persone non vedenti tramite segnali sonori appositamente definiti.
Lo studio, intitolato Impairment of auditory spatial localization in congenitally blind human subjects, è stato pubblicato su Brain, la rivista internazionale dedicata alla neurologia dell’Università di Oxford che ha dedicato al risultato anche la copertina del numero di gennaio 2014.
ll gruppo di ricerca di Gori è coordinatore del progetto europeo ABBI per la progettazione e lo sviluppo di un dispositivo indossabile che permetta di definire e sperimentare un protocollo per la riabilitazione spaziale nel bambino con disabilità visiva a partire da 1 anno di età .
 
Il nostro cervello è in grado di distinguere la provenienza dei suoni all’interno dell’ambiente che ci circonda, oltre che degli stimoli visivi, creando una ‘mappa spaziale’ dei suoni che ci consente di orientarci nello spazio circostante e realizzare i nostri movimenti. I ricercatori hanno dimostrato che in persone con cecità congenita, l’assenza dell’informazione visiva durante i primi anni dello sviluppo altera la capacità del cervello di distinguere la relazione spaziale tra suoni emessi in successione da posizioni diverse.
I ricercatori hanno misurato le percezioni spaziali di persone adulte con cecità congenita all’interno di una stanza in cui venivano emessi suoni in posizioni diverse dello spazio. Alle persone era chiesto di valutare la distanza reciproca di tre suoni provenienti da direzioni diverse dello spazio e in sequenza.
“Nel condurre la nostra ricerca abbiamo ricreato un ambiente naturale, dove le persone non vedenti potevano ascoltare suoni di diverso tipo e provenienti da diverse fonti”, spiega la Dott.ssa Monica Gori, prima autrice dello studio, “Abbiamo scoperto che è proprio la comprensione della relazione spaziale tra i suoni, e non il singolo suono, a rappresentare un punto critico per la percezione spaziale e l’orientamento delle persone non vedenti”.
 
Le misure effettuate hanno mostrato un forte deficit di percezione spaziale, evidenziando l’incapacità del cervello di costruire una mappa dell’ambiente. I risultati sono stati verificati con un gruppo di controllo costituito da persone vedenti che hanno eseguito il compito bendate.
Quali sono le conseguenze nella capacità di orientarsi nello spazio? “L’incapacità del cervello di costruire una mappa spaziale influisce negativamente sulla capacità di orientamento delle persone con disabilità visiva, limitando la loro mobilità e interazione con l’ambiente circostante” commenta il Prof. Giulio Sandini, direttore del dipartimento di Robotics, Brain and Cognitive Sciences di IIT. “Questo risultato è in forte accordo con altri studi che abbiamo condotto negli anni, i quali dimostrano come la calibrazione tra i sensi avvenga durante lo sviluppo, agendo sulla plasticità del cervello. Tali studi ci stanno guidando nello sviluppo di nuove tecnologie per la riabilitazione di persone con disabilità sensoriali”.
Il risultato della ricerca, dunque, apre una nuova prospettiva per mettere a punto programmi di riabilitazione attraverso il suono, diretti al miglioramento della capacità di movimento e di deambulazione di bambini e adulti con disabilità visiva.